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mia salita al Monviso In questa pagina trovate la traduzione, a cura
di Anfablopir.com, di "The ascent of Monte Viso", il resoconto scritto
da William Matthews, l'alpinista che conqustò il Monviso. L'articolo
fu pubblicato in "Peaks, Passes and Glaciers", vol II 2nd series, ed.
E.S.Kennedy , London, 1862, Longman, Green, Longman & Roberts.
1. Torino - 2. Verso Saluzzo - 3. Sampeyre e Casteldelfino - 4. La locanda di Casteldelfino - 5. Le provviste per la spedizione - 6. Partenza / Nel vallone di Vallanta - 7. Nel vallone delle Forciolline - 8. La sosta per la notte / Il tramonto - 9. Notte in alta quota - 10. La salita - 11. Arrivo in vetta (P.Trieste) - 12. Panorama dal Monviso - 13. La 2° punta (P.Nizza) - 14. In discesa verso le Sagnette - 15. In discesa verso Oncino - 16. Precedenti esplorazioni: D.Forbes - 17. Whateley e Jenkinson - 18. Whymper - 19. Consigli per la salita / Conclusione - Note.
[1] Martedì 27 agosto 1861
mi ritrovai (1) di nuovo al
mio vecchio alloggio all'Hotel de l'Europe di Torino in compagnia del
mio amico F.W.Jacomb, e delle nostre guide, Jean Baptiste e Michel Croz.
Che tempo diverso c'era rispetto all'anno scorso! Erano settimane che
il cielo era sgombro da nubi, e cinque mesi che Torino non conosceva pioggia.
L'unico svantaggio di questo bel tempo era la foschia che la calura eccessiva
faceva addensare sulla pianura padana.
Trascorsi il pomeriggio ad effettuare attente comparazioni tra il mio
barometro con quello standard dell'Accademia [delle Scienze], che è
situato in una stanzetta sul tetto. Essendo il palazzo molto alto, da
in cima si gode di una vista magnifica su tutta la città, la pianura
piemontese, e le grandi catene alpine. Il Monte Viso si vedeva chiarissimo,
e devo confessare che, nel rimirarlo, non mi sorprendevo affatto che la
sua ascesa fosse apparsa per così a lungo un'impresa disperata.
La xilografia qui allegata [foto 1], tratta da uno schizzo del mio amico
Tuckett, è un accurato disegno del Viso come appare da Torino.
Ansiosi di non perdere un solo momento di bel tempo, decidemmo di cominciare
la spedizione la mattina seguente, avendo in mente le istruzioni di Ball
(2) di fare di Castel Delfino
(3), nella Val Varaita (4),
il punto di partenza per la salita.
[2][su]
Lasciammo Torino col primo treno del mattino alle 5.15 del giorno 28 agosto,
percorrendo la linea di Cuneo fino a Savigliano, e poi una linea secondaria
fino a Saluzzo, dove arrivammo alle 7.17, dopo aver passato tutto il tempo
a guardare il Viso dal finestrino dello scompartimento.
Far colazione era adesso la nostra prima preoccupazione, e chiedendo di
una locanda, fummo diretti all'Albergo della Corona Grossa di Emmanuele
Garabello. Sono contento di poter dire tutto il bene possibile della cuisine
dell'Albergo, dispiaciuto solo del fatto che Jacomb, non stando bene,
non potè dedicarvi l'attenzione che avrebbe meritato. Però
mi guardò seraficamente quando, oltre alla mia colazione, mi feci
fuori anche la sua!
Mentre eravamo così affaccendati, mandammo a chiamare un vetturino
per avere informazioni sulla possibilità di prendere una carrozza
per risalire la val Varaita fino a Castel Delfino. Ci disse che la strada
non era praticabile oltre Sampeyre, dal qual luogo avremmo dovuto proseguire
a piedi, e che avremmo dovuto prendere una carrozza con due cavalli, per
la quale ci avrebbe fatto pagare 25 franchi. La mia idea della distanza
di Sampeyre era confusa, ma essendo in Italia pensai che non avrei sbagliato
ad azzardarmi a dirgli che ci stava chiedendo troppo. Al che il vetturino
terminò la conversazione in modo alquanto inaspettato, augurandoci
sdegnosamente una buona giornata, e uscì in un lampo dalla stanza.
Dato che non rientrava, fummo costretti a chiedere al cameriere di andare
a dirgli che il prezzo ci stava bene, e di implorarlo di preparare la
carrozza al più presto.
Le istruzioni vennero eseguite prontamente, tanto che alle 9 circolavamo
in pompa magna per le strade di Saluzzo. Questa località si trova
quasi al termine della catena montuosa che divide la valle del Po dalla
val Varaita; essendo sul versante nord, ci occorreva fare il giro del
suo contrafforte terminale per entrare in val Varaita, che si può
dire inizi a Venasca, una cittadina a circa metà strada tra Saluzzo
e Sampeyre. La Val Varaita è la prima delle valli italiane delle
Alpi Marittime (5) e possiede
un carattere completamente diverso dalle valli vicine, a settentrione,
già nelle Cozie.
A valle di Sampeyre le catene montuose si ergono distanti dal letto del
fiume, e si apre una vasta pianura di fondovalle, punteggiata da boschetti
di noci, di larici e pioppi, e coltivata grazie ad una costante irrigazione.
In alto, lungo i fianchi delle montagne, invano l'occhio ricerca quei
verdi pascoli erbosi che sono una caratteristica così bella e tipica
delle Alpi svizzere: si vedono invece infinite linee rossastre di roccia,
pressoché prive di vegetazione. C'è tuttavia una netta differenza
tra i due lati della valle, dato che gli alberi crescono molto più
rigogliosi sul versante sud, che quindi ha un aspetto decisamente più
alpino.
[3][su]
La strada era così malandata che, benché Sampeyre sia solo
20 miglia da Saluzzo, non vi arrivammo che all'1.30, dopo quattro ore
e mezza di polvere e caldo. Ci recammo all'Hotel de la Croix Blanche,
che suppongo sia la locanda principale del paese, dove trovammo una sistemazione
passabile, anche se spartana; e dopo esserci rifocillati, ci sdraiammo
all'ombra di un grande noce appena fuori paese, aspettando che la calura
diminuisse e ci permettesse di metterci in marcia con minor disagio. Ripartimmo
alle 4, e avendo molto tempo a disposizione risalimmo con calma la valle
verso Chateau Dauphin (in Italiano, Castel Delfino), distante circa 7
miglia da Sampeyre, e che raggiungemmo alle 6 e 20. Nell'ultima edizione
del Murray (6) si dice che la
strada è tutta lastricata, e forse così era un tempo; Ma
noi abbiamo trovato così tanti tratti in condizione precarie che
non consiglierei a nessun viaggiatore di provare a venirci con una carrozza.
Castel Delfino è 4340 piedi sul livello del mare [1323 m - ma oggi
si ritiene a 1296 m] ed è situata in bella posizione alla testata
della Val Varaita, in un tipico scenario alpino. Vicino al paese la vallata
si biforca, continuando a sud-ovest come valle di Bellino, e nord-ovest
come Val Chianale, con il Rioburent [Mongioia](11053 piedi)[3369 m, ma
oggi si ritiene che il Mongioia sia alto 3340 m], la più alta montagna
delle Alpi Marittime (7) ad
occupare l'angolo intermedio. La Valle di Bellino comunica con la Val
Ubaye nel Delfinato attraverso il Col del Lautatet [Autaret] e altri passi;
la Val Chianale, invece, dà accesso ad una serie di passi di alta
quota, conducendo in Francia attraverso la cresta che unisce il Viso al
Rioburent.
Risalendo due miglia circa per la Val Chianale, la Valle di Vallanta dirama
verso nord ovest nei pressi del borgo di Ponte Castello [Castello] oltre
il quale c'è Ponte Chianale, e oltre ancora La Chianale [Chianale].
Da quest'ultimo villaggio ci sono percorsi che conducono al Vallon du
Viso e ad Abries attraverso il Colle di Ristolas e della Ruine; alla Comba
di Queyras attraverso il Colle dell'Agnello e St.Verant, e alla testata
della Val Ubaye attraverso il Col Longet. Tutti questi passi sono probabilmente
più di 9000 piedi [2743 m] e al momento sono praticamente sconosciuti
ai viaggiatori inglesi, benché meritino di essere esplorati.
[4][su]
La locanda a Castel Delfino recava l'insegna "Au Château Dauphin"
ed era gestita da un vecchio cieco di nome Joseph Antoine Rua. Ci colpì
il fatto che man mano che si risaliva la valle la lingua parlata dalla
gente cambiasse: A Saluzzo si parlava l'Italiano, che però a Sampeyre
lasciava il posto al Piemontese e ad un po'di francese, mentre a Castel
Delfino sembrava essere il francese la lingua madre della gente del posto.
La nostra sistemazione non era di prima qualità, ma avrebbe potuto
essere ben peggio. Ci venne servito un pasto in una stanza tutta per noi,
e sarebbe stato abbastanza confortevole se non fosse stato per il nostro
albergatore cieco, una vera scocciatura. Il povero diavolo era un po'
matto, e camminava stralunato su e giù per la nostra stanza dicendoci
che dovevamo avere pazienza, perché eravamo "in un paese di
montagna", una frase che non si stancava di ripetere.
Mentre stavano cucinandoci il pasto, uno del posto venne a dirci che conosceva
una guida che aveva fatto la salita al Viso, e che se volevamo ce lo avrebbe
portato a conoscere. Finito che avemmo di cenare, quest'uomo tornò
in compagnia di Matthieu Rousse, appunto la guida in questione, che asserì
di aver fatto la salita "fino ai piedi della montagna!". Non
appena gli spiegammo che era invece la cima della montagna la nostra meta
e non altro, egli e Rua scoppiarono in un coro di esclamazioni di cui
"impossibile", "inaccessibile", "precipizi spaventosi",
"follia" e "morte" erano le parole più ricorrenti.
Il nostro piano era quello di partire presto la mattina seguente con provviste
per due giorni: il primo giorno contavamo di salire fino alle baite più
alte in quota, lasciare lì le bisacce, e fare una prima esplorazione
della montagna, tornando alle baite per la notte; il secondo giorno speravamo
di scalare la vetta, ed in discesa attraversare la cresta per svalicare
in valle Po. Era quindi per noi importante sapere dove si trovasse il
posto più propizio per dormire e quale fosse il colle migliore
attraverso il quale scendere nell'altra valle. Ripetute domande al Rousse
non sortirono miglior risposta di quella che il miglior valico per la
valle Po era il Colle di Costa Rossa, ma che tale via era incompatibile
con l'andare a pernottare alle baite - una risposta che io non riuscii
a capire. Nel frattempo il vecchio Rua era diventato insopportabilmente
ciarliero e lui e il Sig.Rousse e l'intermediario parlando tutti insieme
creavano una babele di voci, tanto che dovemmo chiudere la discussione,
dando istruzioni al Rousse di essere pronto l'indomani mattina a portarci
al più vicino intaglio per raggiungere i piedi del Viso, da dove
avremmo deciso il da farsi. Dopo aver dato anche le disposizioni per le
provviste, andammo a dormire; ma non riuscimmo a riposare granché,
dato che le nostre due guide di Chamonix e varie persone della casa dormivano
nella nostra stessa stanza.
[5][su] La
mattina del 29 eravamo già in piedi alle 4, ma pensai che non ce
l'avremmo mai fatta a partire, dato che il vecchio Rua opponeva una resistenza
passiva alle nostre richieste per le svariate provviste necessarie, al
punto che Jean e Michel dovettero quasi prendere con la forza quanto ci
era necessario. Carne di vitello era l'unica carne disponibile, e quando
chiedemmo uova sode ci fu risposto che non ce n'erano, il che non poteva
essere vero, dato che avevamo mangiato omelette a cena e a colazione.
Quando finalmente pensavo fosse tutto a posto, Michel entrò immusonito.
"Signore" mi disse "Mi dispiace molto, ma dovremo fare
a meno del vino". "Sciocchezze" risposi io "è
ridicolo, abbiamo appena finito una bottiglia, e sono sicuro ce ne sono
molte altre qui". "Vero, signore" ribattè lui "Rua
infatti dice che possiamo prendere tutto il vino che vogliamo, ma si rifiuta
di darci le bottiglie, e non riusciamo a trovare altri recipienti in giro".
Dato che la mancanza di vino sarebbe stata una gravissima privazione,
fui costretto ad una discussione con Rua, che mi ribadì che aveva
poche bottiglie disponibili e che sarebbe stato costretto a mandarle a
prendere molte miglia a valle. Fortunatamente riuscii a convincerlo almeno
a vendercele, e mentre le bottiglie di vino venivano messe nelle bisacce,
Michel, che era di indole investigativa, scovò una riserva di uova
e insistè per restare a bollirle, il che ci fece ulteriormente
ritardare. Alla fine partimmo alle 6.45, credo dopo aver fatto razzia
di tutti i commestibili dell'albergo.
[6][su]
La nostra guida, Matthieu Rousse, ci fece lasciare Castel Delfino per
un sentiero lungo la Valle di Chianale, e arrivando a Villaretto girò
sulla destra, conducendoci su per lo sperone della montagna che si frappone
tra il paese e la valle di Vallanta. Dopo alcuni minuti di salita entrammo
in una bella pineta, composta in ugual proporzione da pino silvestre e
pino cembro. I pini cembri erano carichi di pigne, molte delle quali,
cadute a terra, erano state rosicchiate dagli scoiattoli. Il sottobosco
presentava un magnifico manto erboso che, più indietro nella stagione,
avrebbe fatto la felicità dei botanici ma che ora era secco e privo
di vegetazione, tranne dove era colonizzato da piante di mirtillo, ricche
di frutti già maturi e succosi. Salendo lentamente, raggiungemmo
la cresta del costolone, che consisteva di una sopraelevazione tutta circondata
da uno spazio aperto di verzura, e che finalmente ci offriva l'agognato
panorama sulla grande montagna, proprio di fronte a noi.
Da dove ci trovavamo si vedeva al di là di una profonda valletta
sopra l'angolo A O B [foto 2], con le creste O A e O B su ambo i lati,
la prima come appare dal versante francese, coronata da una serie di roccioni
squadrati, divisi l'uno dall'altro da stretti e profondi intagli. Lungo
la base delle rocce correva il percorso che il sig.Ball aveva indicato,
ma anche il più piccolo nevaietto era ora scomparso. La punta,
che da questa parte appariva una sorta di enorme zoccolo roccioso, non
prometteva per niente bene; ma il sentiero per arrivarvi ai piedi aveva
un'inclinazione così lieve, e sembrava così agevole, che
era difficile non provare quasi una certa delusione. Non erano che le
8.30, avevamo tutta la giornata davanti, le baite erano ai piedi della
montagna, sul versante del vallone di Vallanta, e sembrava un peccato
essere vincolati a ritornarci per la notte. Dopo tutte queste giornate
di gran caldo era impossibile aspettarsi di godere di un panorama esteso
sull'Italia, se non al mattino presto. Proposi quindi a Jacomb di abbandonare
il nostro progetto originario, per tentare la salita il giorno stesso,
e pernottare in vetta al Monviso. Il tempo era molto buono, il mio compagno
aveva un plaid, che le guide si erano portate appresso per settimane e
che adesso avrebbe potuto servirci; e dopo la notte passata all'adiaccio
nei pressi del ghiacciaio dell'Aletsch col Reverendo Leslie Stephen (8),
ricordo ancora fresco nella mia memoria, non avevo timore di una notte
sul Viso.
La proposta venne accettata di buon grado, e quando lo dicemmo alle guide
ottenemmo come risposta un lapidario "Ebbene, signore, siamo forti
quanto voi". Indugiammo su questo punto sopraelevato fino alle 9,
poi dicemmo al Rousse di puntare diritto alle baite. Lasciando a destra
il sentiero per il Colle di Costa Rossa, discendemmo nel vallone di Vallanta,
camminando, a fianco di dirupi, su pendii erbosi, interrotti qua e là
da pini, e punteggiati da massi ricoperti di muschio.
In breve emergemmo in spazi pascolivi, e alle 9.50 arrivammo agli insediamenti
più elevati di tutta la valle, che sono situati sulle ultime propaggini
del contrafforte principale del Viso, che divide la valle di Vallanta
da una valletta a sud, chiamata sulla grande mappa governativa "Vallon
delle Forciolline"; le baite si trovano appena sopra. Per quanto
compresi da Rousse, il posto si chiama "Pierre Meyer", che è
senza dubbio quello che sulla mappa è chiamato "Pian Meyer",
anche se risulta posto in una posizione lievemente diversa.
Ansiosi di non sprecare le nostre provviste, facemmo uso di quanto c'era
alle baite, così dato che avevamo parecchio the ne preparammo,
e il nostro pasto fu a base di the, e pane e burro. Tentammo al contempo
di ricavare qualche informazione geografica dal pastore, il cui stupore
al sentire che era nostra intenzione dormire in vetta non dimenticherò
facilmente. La nostra posizione offriva una vista sul vallone delle Forciolline,
e su un intaglio nella catena alla testata del vallone, segnato sulla
cartina come Passo delle Sagnette. Alla nostra domanda se era possibile
attraversarlo, lui ci disse che di tanto in tanto era usato da qualche
cacciatore, ma che era molto difficile, e che l'altro versante era orribile,
tutte pietre che rotolavano a valle. Dato che Matthieu Rousse non ci era
più di alcun aiuto, e dato che non mostrava il minimo desiderio
di unirsi alla nostra spedizione, lo congedammo, e alle 11.40 lasciammo
gli alpeggi e iniziammo l'ascesa, non prima (11.30) di aver rilevato al
barometro i seguenti dati: Torino 6552 piedi, Ginevra 6594 piedi, San
Bernardo 6460 piedi, per un valore medio di 6535 piedi [1992 m].
[7][su]
Lasciati i pascoli, ci addentrammo in un magnifico bosco di pino cembro,
che ammantando la parte inferiore della montagna sul lato delle Forciolline,
ci offrì un confortevole riparo ombroso.
Continuando a salire incontrammo un terreno ondulato disseminato di detriti
e massi precipitati dai roccioni sovrastanti, alla base dei quali camminammo
fino a passare ai piedi di quella massa a forma di cubo nota come Piccolo
Viso. Un poco oltre si incontrano due laghetti alimentati da un impetuoso
corso d'acqua che precipita da una larga valletta detritica sulla sinistra.
Questa valletta offriva un percorso così invitante che vi ci addentrammo
subito, nella convinzione che ci avrebbe condotto assai vicino alla vetta
del monte. Alle 2.30 ci fermammo per il pranzo lungo il ruscello, e dopo
un'ora di sosta riprendemmo a salire; attraversando una conca piena di
neve, dalla quale sgorgava il corso d'acqua, scalammo la ripida paretina
soprastante e verso le 5 guadagnammo la cresta, dalla quale la vista abbracciava
le vette del Delfinato.
Tuttavia eravamo ancora ben lontani dalla vetta, e senza alcuna speranza
di arrivarci per la notte, anche ammettendo che fosse possibile proseguire
ancora. Eravamo in cima ad uno dei numerosi spuntoni della frastagliata
cresta, a metà strada circa tra il Piccolo Viso e il Monte Viso,
la cui vetta dalla forma ormai familiare sovrastava il nostro punto di
osservazione di oltre 1400 piedi [427 m], e dal quale era separata da
una di quelle profonde gole che sono una delle caratteristiche più
singolari della struttura di questa montagna. La cresta, estendendosi
dalla vetta fino al Colle delle Sagnette, presenta un profilo di straordinario
interesse, tutta scolpita in pinnacoli e frastagliature dalle forme fantastiche.
La xilografia qui riprodotta, fatta a partire da uno schizzo sommario
disegnato sul posto, dà un'idea di questa parte della montagna
[foto 3]. Le due metà in cui si divide il roccione sulla sinistra
ci apparivano di eguale altezza, ma quella a sinistra era più vicina
ed in realtà più bassa dell'altra, che è la vera
cima del Monviso, e anch'essa bifida.
[8][su]
Decidemmo subito di accamparci dove eravamo, non prima di aver mandato
Michel in avanscoperta nella gola. Vi discese agevolmente, e subito lo
vedemmo risalire un grande pendio innevato sulla parete della cresta opposta,
e giungere ad uno degli intagli alla sua estremità. Ritornò
dopo circa un'ora e mezza, informandoci che il versante sulla valle Po
era quasi verticale, e che laddove le due creste si congiungevano era
l'unica via alla cima che sembrava promettente.
Benché il nostro desiderio di pernottare in vetta al Monviso fosse
stato frustrato, avevamo comunque felicemente raggiunto un posto di sosta
dal quale il panorama era esteso e sublime e che non ci stancavamo di
rimirare. I denti rocciosi sopra di noi interrompevano gran parte della
visuale verso nord, impedendoci la vista degli alti picchi della Savoia
e della Svizzera; ma in tutte le altre direzioni la vista spaziava senza
ostacoli di sorta. Ad occidente il sole stava rapidamente tramontando,
ma la sua intensa luce rossa indugiava ancora sulle varie catene montuose
che si irradiano dal Grand Pelvoux - regione pressoché sconosciuta,
con miriadi di alti picchi e monti sconosciuti, che non riuscii a identificare,
non essendo in grado di trovare punti di riferimento. Formavano, per davvero,
quello che qualche scrittore definisce una massa confusa di montagne -
a ragione, forse; ma la confusione è nella mente di chi osserva,
ed esiste solo perché egli non ha ancora la chiave di lettura dello
schema del Costruttore Onnipotente. Verso sud lo sguardo vagava da una
all'altra delle valle italiane delle Marittime, e se ne seguiva il filo
lungo la catena principale quasi fino al Col di Tenda. Ma era verso oriente
il panorama che più contrastava con quello che la vista abbracciava
nelle altre direzioni: oltre la cresta del Viso, davanti a noi, la valle
del Po, in parte in ombra, che si apriva nella vasta pianura piemontese.
La visuale in questa direzione, per quanto bella, era in qualche modo
deludente. Nuvolette bianche si addensavano sulla pianura, consentendoci
solo fugaci sguardi sulle città e i fiumi, ad intermittenza, finchè
al tramonto divennero una coltre compatta e impenetrabile.
Le ombre della sera si sono pian piano allungate, abbracciando nelle pieghe
del crepuscolo, ad una ad una, tutte le valli ai nostri piedi, mentre
la grande pianura è illuminata dalla luce ancora calda, anche se
già soffusa, del sole al tramonto. D'improvviso il vertice di un
triangolo nero viene proiettato sulla pianura, con la superficie scura
che aumenta di dimensione di minuto in minuto, e a grandi passi marcia
maestosa verso est: è l'ombra del Monviso. "Che peccato non
essere in cima" qualcuno di noi esclama "perché potremmo
vedere lo spettro del Brocken" (9).
Dal vertice dell'ombra partivano larghi raggi di luce divergenti, molto
simili a quelli che si vedono in cielo quando il sole splende attraverso
squarci tra le nuvole. Restiamo a guardare assorti questo strano spettacolo,
finchè la pianura si scurisce rapidamente, e l'ultimo spicchio
del disco solare scompare come un tizzone ardente dietro le nevi del Delfinato.
Quest'ombra, con la sua corona di raggi di luce era fenomeno tanto strano
quanto inaspettato; forse causato dalla luce filtrante da qualcuno dei
numerosi intagli rocciosi che segnano la vetta di questa montagna, luce
che creava aree illuminate in mezzo alla vasta zona di penombra tutt'attorno
al buio; ma non so se questa sia una spiegazione soddisfacente.
[9][su] Non
appena il sole fu tramontato, cessando di contribuire al calore della
superficie terrestre, iniziò il processo inverso e la riserva di
calore accumulatasi nelle ore diurne iniziò a disperdersi. L'altitudine
del nostro bivacco era, in base ad una misurazione fatta alle 6, di 11249
piedi (Torino 11268, Ginevra 11256, San Bernardo 11222)[3429 m]. Poiché
si era esposti ad un cielo sgombro di nuvole, la dispersione di calore
continuò rapidamente, e fu un primo improvviso brivido che ci assalì
ad avvertirci che era meglio pensare ai preparativi per la notte. Un pasto
a base di carne e vino ci rimpinguò le riserve di calore e, finito
di cenare, cominciammo a pensare a prepararci un giaciglio. Angoli, fessure
o spuntoni rocciosi che ci riparassero non ce n'erano, e tutto quello
che potemmo fare fu di scendere qualche metro sul versante delle Forciolline,
ed ottenere riparo dal leggero vento che spirava da ovest oltre la cresta.
Né fummo in grado di scovare lastroni di pietra da usare a mo'
di materasso, dato che la montagna praticamente ovunque è ricoperta
di frammenti di roccia, e ci dovemmo accontentare di sistemare al meglio
dei pietroni in modo che le parti appuntite rivolte verso l'alto fossero
nel minor numero possibile. Terminati questi preliminari mi misi, sotto
il mio cappello a tesa larga, un leggero berretto da viaggio con para
orecchi, ed indossai un trapuntato ed un paio di caldi guanti, e quando
Jacomb ebbe dispiegato il plaid sulle pietre, io e lui vi ci mettemmo
fianco a fianco sopra una metà, coprendoci con l'altra metà;
Jean e Michel nel frattempo si sistemarono a loro volta, al meglio, su
delle rocce lì vicino.
Nessun alpinista può dirsi davvero iniziato ai misteri dell'esplorazione
alpina fino a quando non abbia provato l'esperienza del bivacco notturno
in alta montagna. Il senso di solitudine e di isolamento dal genere umano,
il silenzio profondo e solenne, la meravigliosa volta celeste, nera come
la pece, intarsiata di miriadi di stelle di una lucentezza penetrante,
che chi abita in pianura non riesce neppure ad immaginarsi, e che rivela
i vaghi e fantasmagorici contorni delle punte e delle cime circostanti,
producono nella sua mente un'impressione indelebile, e gli danno la sensazione
di trovarsi quasi sulla soglia di un altro mondo. Da sdraiati guardavamo
la vetta del Viso: al di sopra di essa v'era la Polare, e lungo il bordo
sinistro l'Orsa Maggiore. Poche ore dopo il tramonto una fiamma color
rosso sangue guizzò attraverso un intaglio della frastagliata parete
sopra di noi; era la luna appena sorta. Fluttuò in alto come una
palla di fuoco, e se ne volò via attraverso il cielo. Avremmo quasi
potuto apprezzare appieno la bellezza dei versi di Wordsworth:
"il silenzio che c'è nel cielo stellato / il sonno che c'è
tra le colline solitarie" (10)
se non fosse stato, ahimè, impossibile dormire: ogni volta che
mi muovevo spostavo le pietre di sotto, e qualche spuntone mi infilzava
la schiena come fosse una scimitarra. E come se non bastasse, la temperatura
non era per niente piacevole. Anche se un paio di termometri lasciati
sopra le rocce - esaminati l'indomani - ci restituirono una temperatura
non più bassa dello zero, di notte patii il freddo acutamente,
scosso a più riprese da brividi. Una o due volte mi alzai, cercando
sollievo nell'esercizio fisico, ma trovai che la mancanza del plaid faceva
una netta differenza; e temo che le guide abbiano sofferto anche più
di noi, dato che non avevano neppure la nostra coperta: vagarono come
anime in pena tutta la notte. Alla fine conclusi che era meglio sdraiarsi
restando immobili, e aspettai che si facesse mattino guardando le stelle
che ad una ad una scomparivano oltre la cresta orientale della montagna,
e calcolando dal ridursi della loro declinazione l'approssimarsi dell'alba.
Ma per quanto il nostro giaciglio di pietra fosse scomodo e al freddo,
non lo avremmo scambiato con il letto più confortevole del mondo!
[10][su]
Finalmente i lungamente attesi segni dell'alba comparvero nel cielo ad
oriente. Tuttavia, dato che ci attendeva quasi tutta salita su roccia,
era essenziale avere molta luce, e fu solamente alle 4.20 del 30 agosto
che lasciammo il posto del nostro bivacco. Scendemmo nella gola e risalimmo
il pendio innevato dalla parte opposta, ma invece di proseguire per la
cresta, come aveva fatto Michel, ci tenemmo ad ovest risalendo per il
ramo sinistro del pendio (come mostrato nell'incisione). L'alba era stata
del tutto invisibile ai nostri occhi, per via della densa foschia che
ancora indugiava sul Piemonte, e non vedemmo il sole se non quando fu
montato ben al di sopra della nebbia, ma da allora in poi i suoi fieri
raggi compensarono ampiamente il freddo patito nella notte. Il passaggio
dalla neve alle rocce avvenne con qualche piccola difficoltà ma
prontamente, e dopo una ripida salita, appena oltre, arrivammo alle 6.20
ad una parete, giù dalla quale scendevano vari rivoletti d'acqua.
Questa vista ci suggerì di fare una sosta per colazione, e fu così
che passammo una piacevole ora consumando il pasto mattutino. In tutto
questo tempo avevamo solo riguadagnato l'altitudine alla quale avevamo
passato la notte, il che vuol dire che, contando anche l'inutile salita
di ieri, avevamo sprecato tre ore di energie e questo per la nostra scarsa
conoscenza della montagna.
Alle 7.20 ripartimmo e, aggirando la paretina, trovammo un ripido canalino
lungo il quale ci arramipicammo. Alla sommità ci aspettava un'altra
paretina rocciosa, quindi un nevaietto, e quindi un altro canalino, e
così via. Lentamente ma costantemente continuammo ad ascendere,
sempre seguendo la via più semplice, avendo solo una vaga idea
della posizione della vetta del Viso, dato che non si riusciva mai a vedere
che pochi metri più in là del punto dove di volta in volta
ci trovavamo, ma comunque sempre tenendoci nei pressi dei precipizi della
cresta est della montagna. Occasionalmente tentammo qualche diversione
proprio verso questa cresta, cercando di scorgere i laghi della valle
Po; ma riuscendo solo a vedere i terribili precipizi e gli intagli che,
qui come altrove, contraddistinguono questa montagna.
L'ascesa, benché estremamente ripida, non era molto difficile,
dato che le sporgenze e gli spigoli di roccia sui quali mettevamo mani
e piedi ci fornivano buon appiglio, ed erano completamente sgombri dal
ghiaccio. Se però un qualunque punto fosse stato ghiacciato, come
è sicuramente prima di agosto, o in altra stagione meno propizia,
la salita sarebbe stata tutt'altra faccenda. Un pericolo, comunque, c'era,
e richiedeva la nostra costante attenzione: pietre e detriti mobili di
tutte le fogge e dimensioni stavano lungo i canalini, o in bilico su cenge,
o instabili poggiavano su inclinate paretine di roccia. Stando in fila,
vicini, cercavamo di spostare questi detriti il meno possibile, ma nonostante
tutte le nostre precauzioni, di tanto in tanto capitava che chi era davanti
facesse precipitare sassi e macigni, anche pesanti, che sibilando roteavano
giù paurosamente vicino alle teste di quelli dietro. In un caso,
infatti, riuscii a pararmi il volto solo a costo di ferirmi in più
punti su una mano; e poco dopo Jacomb venne quasi azzoppato da un lastrone
che gli cadde sul piede.
[11][su]
Quasi due ore erano trascorse da quando avevamo fatto colazione quando
Michel, che era davanti a tutti, fa pochi passi in avanti e poi si ferma,
immobile. "Ha raggiunto la vetta!" urla Jean, che è dietro
di me. Gli gridiamo allora per sapere se è vero. "Certamente,
signore" è la sua risposta "ma c'è un'altra vetta,
un poco più lontano". Mi spingo allora innanzi, con un ultimo
sforzo, con Jean e Jacomb poco dietro di me, e dopo poco raggiungiamo
tutti Michel e guardiamo verso uno spazio illimitato. Sono le 9.20; siamo
su una piatta cresta detritica, che ha la stessa direzione della linea
OA dello schema [cfr. foto 2]; davanti a noi ce n'è una simile
e parallela, unita a questa da una curva crestina di neve, interrotta
qua e là da roccia. Non abbiamo uno strumento con noi per sapere
quale delle due è più elevata, ma deve essere una questione
di pochi centimetri (11).
[12][su]
Il cielo sopra di noi è un'unica volta di un celeste intenso; il
nostro punto di osservazione è la vetta più alta nel raggio
di quaranta miglia, e non una delle innumerevoli cime innevate a nord
e a ovest è coperta dalla più piccola nuvola: ci guardiamo
attorno per godere della vista.
Iniziamo dal Monte Rosa, distante in linea d'aria appena 100 miglia. Sembra
in qualche modo più piccolo rispetto a come siamo abituati a vederlo;
ma tutti i suoi dettagli sono da qui perfettamente distinguibili. C'è
il colle del Lys, il Lyskamm, il Castore - il più elevato dei Gemelli
- e si vede anche il colle dei Gemelli, che abbiamo attraversato pochi
giorni or sono. Alla sinistra del Castore la linea dell'orizzonte continua
con le ben note sagome del Breithorn e del Cervino, ma più oltre
i contorni delle Alpi Pennine non si distinguono, confuse o nascoste dalle
ben più vicine Graie orientali, tra cui spicca il Gran Paradiso.
Alla sinistra di questo riconosciamo la Grivola, seguita da un lieve intaglio,
e quindi dall'immensa massa del Monte Bianco, la cima più alta
e più nobile della catena, e specialmente cara ai due nostri amici,
che sono di Chamonix. Il Bianco dista 45 miglia dal Rosa e 80 dal Monviso.
Girandoci subito a ovest abbiamo invece quel superbo gruppo di vette delle
Alpi del Delfinato, tra la Durance e la Romanche, con dozzine di punte
e cime ancora inviolate, tranne che il Gran Pelvoux, conquistato dal mio
amico Whymper un paio di settimane fa, ma che non riesco ad identificare
con certezza. Ad un osservatore superficiale questa catena presenta le
migliori caratteristiche, ma io so per esperienza diretta quali orrori
ed insidie essa nasconde. La parte di panorama tra questa regione ed il
Monte Bianco è di interesse in qualche misura inferiore, l'unica
cosa degna di nota essendo un elevato nevaio con al centro una piramide
scura, che credo sia il Dent Parrassée sopra Thermignon nella Maurienne,
circondato dal vasto ghiacciaio che fa da corona alla catena tra Entre-Deux-Eaux
e Pralognan.
Volgiamo adesso lo sguardo a meridione e proviamo la nostra prima delusione.
Mi ero sempre immaginato che dalla vetta del Monviso lo sguardo arrivasse
al Mediterraneo, ma guardiamo lungo la catena delle Alpi Marittime e invano
cerchiamo di scorgere il mare: lungo tutta la catena le vette sono cinte
da un grande banco di nuvole grigio-porpora, che ostruisce la vista.
La prospettiva verso oriente, benché di grande bellezza, lascia
anch'essa un po' a desiderare. Ai nostri piedi giace una ghirlanda di
laghi, sorgenti dei fiumi Po e Lenta. Seguiamo con gli occhi i contorni
rocciosi delle varie vallate fino a che si mescolano con la pianura padana,
dove possiamo riconoscere il corso dei fiumi Po, Vraita, e Pellice, che
luccicano come fili di argento tra città e paese, fino a che i
loro corsi si uniscono in uno solo più grande, che corre verso
Torino. Ma per quanto ci si sforzi, non si riesce a vedere la città.
E praticamente è Pinerolo la città più lontana che
riusciamo a distinguere. Quanto sia impedita la nostra visuale dalla foschia
che oggi avviluppa la pianura si deduce dal fatto che, in una giornata
limpida, il Monviso è ben visibile dalla Madonnina del Duomo di
Milano, cioè ad una distanza di 115 miglia.
Ma per quanto la visuale ci fosse qua e là impedita, nel complesso
il panorama era di straordinaria bellezza, e resta nei miei ricordi Alpini
come uno dei più belli ed impressionanti mai visti. Se il Mediterraneo
sia davvero visibile dal Monviso, certo in giornate diverse da questa,
resta comunque dubbio. Il punto sulla costa più vicino è
a Ventimiglia, vicino a Nizza, 67 miglia da qui, e tirando una linea retta
dal Monviso a questo punto si incontrano le alte vette alpine a ovest
del Col di Tenda. Non ne conosco l'altezza, ma un'altitudine attorno ai
9500 piedi [circa 2900 m] renderebbe impossibile la vista del mare dal
Monviso. Se il mare è visibile, potrebbe semmai esserlo nella direzione
di Savona. Questa città dista 74 miglia dal Monviso, e qui la catena
alpina è poco distante dalla città e non molto elevata.
Qualche viaggiatore, in viaggio tra Genova e Livorno o viceversa, potrà
forse dare una risposta a questa domanda.
[13][su]
Non sapendo quale delle due vette potesse vantare il primato della maggiore
altezza, era d'obbligo raggiungere anche la seconda, il che fu fatto prontamente,
con poco guadagno in termini di panorama se non la vista del Colle di
Vallante e la parte superiore della valle del Guil (12)
Costruito un ometto di pietre sulla seconda vetta, tornammo indietro,
e mentre le due guide ne erigevano un altro sulla prima cima, io e Jacomb
ci volgemmo alle misurazioni barometriche. L'altezza media che risultò
confrontando i valori di Torino, Ginevra ed il San Bernardo fu di 12668
piedi [3861 m, ma oggi si ritiene la vetta sia 3841 m],. Le indicazioni
degli strumenti, il metodo di calcolo, e le misurazioni di precedenti
osservatori sono tutte riportate in una nota isometrica in fondo all'articolo
(13). Finito che fu il secondo
ometto di pietre, sistemammo un termometro alpino n.301 in un buco vicino
alla base della sommità a nord, fissandolo con un cavo di ottone
ad un angolo di una delle pietre. In quel momento segnava 8 gradi Centigradi.
[14][su]
Avremmo potuto trascorrere piacevolmente delle ore in vetta al Viso, ma
dovevamo pensare alla discesa e alle 11 iniziamo a scendere, non prima
di esserci impossessati di alcuni esemplari di roccia trovati sulla vetta.
Essa consiste di scisti di clorite foliata e quarzo che, appena spezzata,
rivela un colore grigio-verde. Le parti esposte da più tempo, e
in generale l'intera superficie del monte sono di color rossastro, dovuto
alla conversione in perossido del protossido di ferro presente nella clorite.
La percentuale di clorite nelle varie parti della montagna varia grandemente,
al punto che in alcuni posti è talmente bassa che la roccia è
quasi puro quarzo.
La discesa fu più facile della salita, e ci divertimmo un mondo
a fare precipitare le pietre, facendole schizzare nel vuoto, e sentirle
frantumarsi dabbasso. Molta attenzione era necessaria prima di metterci
un piede sopra, per il timore che la pietra si ribaltasse, il che mi successe
in un caso, per fortuna senza conseguenza più serie di uno stinco
graffiato. In discesa esaminammo le varie dentellature della cresta sud-orientale.
La roccia sembra essere intersecata da un sistema di giunture verticali,
a loro volta attraversate da una serie moderatamente inclinata orizzontalmente.
Pinnacoli di blocchi di pietra l'uno sopra l'altro sono la risultanza
di questa struttura. Il gelo dell'inverno probabilmente ne mina qualcuno,
e la continua erosione di tali protuberanze spiega probabilmente il perché
di questa massa di detriti di cui tutta la montagna è disseminata.
Alle 12.50 riguadagnammo il posto dove avevamo fatto colazione, raccogliemmo
le bisacce che vi avevamo lasciato e puntammo diritti al fondo della gola.
Michel come al solito precedeva il gruppo, e in breve lo vedemmo arrampicarsi
sulle roccette in direzione delle Sagnette. Jacomb era costretto a scendere
lentamente per via di una ferita alla spalla, che si era procurato cadendo,
e che lo aveva obbligato a fasciarsi il braccio, anche durante l'arrampicata
di ieri. Gradualmente distaccai sia lui che Jean, raggiungendo la base
del colle alle 2, e alle 2.20 Michel, che trovai sdraiato a fumare. Aveva
dato un'occhiata al percorso di discesa, e diceva che era fattibile. Molto
più in basso c'erano due laghi che luccicavano, le sorgenti del
Lenta, e in lontananza una bella vista su Barge e Pinerolo. Aspettammo
gli altri due quasi mezz'ora, e dato che avevamo mangiato poco dalle 6
di questa mattina decidemmo di pranzare in riva ai laghi, e ci riproponemmo
di arrivarci il prima possibile. Sul versante est del colle delle Sagnette
c'è un precipitoso canalino coperto di pietre e detriti. Puntammo
i talloni nei detriti e frantumi, causando una piccola valanga di pietre
nel mezzo della quale ci lasciammo scivolare finchè fu possibile,
e dopo saltando a lato la lasciammo rotolare ancora giù verso valle.
Ripetemmo l'operazione una dozzina di volte fino a ritrovarci su un ripido
pendio erboso. Da qui ci precipitammo a valle, raggiungendo i laghi alle
3.15. La discesa dal colle non può essere misurata in meno di 1000
piedi [305 m].
La sensazione di appagamento per il successo ottenuto così oltre
le nostre aspettative originarie, unito ad un buon appetito, ci fece pranzare
di buona lena e con gusto, e con grande piacere facemmo fuori quel che
restava delle nostre provviste.
Ai piedi del Monviso, sul suo versante orientale, si trova una striscia
quasi pianeggiante. Si restringe appena sotto la vetta, e qui un piatto
spartiacque divide la valle del Po da quella del Lenta. I corsi d'acqua
che scendono dai laghi più alti delimitano un gruppo di colline
e si uniscono in un unico canale appena sotto Oncino.
[15][su]
Dopo un'ora di sosta era inevitabile riprendere il cammino, così
ripartimmo, con l'intenzione di seguire il corso del Lenta. Oltre il nostro
punto di sosta il pianoro era interamente cosparso di blocchi di pietra
delle dimensioni più svariate, da macigni grossi come un tavolo
da pranzo in giù, e l'acqua non fuoriusciva in alcun corso d'acqua
visibile ma semplicemente filtrava da sotto le rocce. Saltando da un masso
all'altro ero stupefatto dall'estensione della pietraia, e cominciai a
domandarmi se tutti quei macigni erano stati portati lì dal ghiaccio,
o se erano dovuti al frantumarsi di antichi rilievi dalla struttura simile
a quella del Viso. Alcune particolarità dei gruppi di pietre mi
fecero propendere per l'origine glaciale, e presto incontrammo le prove
che rendevano incontestabile tale origine: la pietraia terminava verso
est con un sistema di basse paretine rocciose, che discendemmo, e tra
le quali trovammo innumerevoli superficie lisce, indicative della presenza
di antichi ghiacciai.
Alla base di tali paretine l'acqua si raccoglie dapprima in un torrentello,
e spuntano le prime baite e i primi alpeggi. Un poco oltre, il giovane
fiume si tuffa in una stretta gola, attraversando rocce serpentine, e
forma una cascata fino al piano più in basso. Le pareti della gola
sono lisce e lucide, cesellate in solchi di varia profondità, perfettamente
conservate.
Il giorno successivo osservai vaste estensioni di rocce montonate alcune
miglia sotto Paesana, da ciò concludendo che certamente un tempo
tutta la valle era occupata da un immenso ghiacciaio. Se, come penso sia
probabile, i resti delle antiche morene circondano le sorgenti del Po
come circondano quelle del Lenta, il versante est del Monviso costituisce
uno dei più impressionanti spettacoli dell'azione glaciale nelle
Alpi.
Fummo costretti a rimontare una spalla rocciosa al lato della gola e poi
a ridiscendere, e perdendo quota ci ritrovammo ad attraversare pascoli
verdeggianti fino a raggiungere le prime case di Oncino, che raggiungemmo
alle 6.10. Non essendo località granchè invitante, decidemmo
di proseguire fino a Paesana. Comunque Oncino capoluogo sembrò
meglio delle sue prime propaggini: è situato in posizione pittoresca
sulla riva sinistra del Lenta, tra ripidi pratoni ombreggiati da alberi
di noce, col fiume che scorre in basso. Attraversammo il paese rapidamente,
e zigzagammo seguendo il sentiero che scende lungo il costolone roccioso
che divide il corso del Lenta da quello del Po, e proprio mentre si faceva
buio arrivammo alla confluenza, e ci imbattemmo nella - relativamente
buona - strada per Paesana. Vi arrivammo alle 8.10, pernottando all'Albergo
della Rosa Rossa, e per il mezzodì seguente eravamo di nuovo a
Torino.
[16][su]
Un breve resoconto delle fatiche di altri viaggiatori nella zona del Viso
darà credo ulteriori spunti di interesse.
Tra le scarse informazioni fornite dalla guida del Murray sulla geografia
delle Alpi Cozie v'è la notizia di un giro del Monviso effettuato
dal Professor Forbes che, qui come in altre zone alpine, fu uno dei primi
esploratori inglesi, e il cui nome sarà sempre ricordato con venerazione
da chi, come me, deve il suo primo amore per le grandi Alpi alla lettura
delle affascinanti pagine dei "Viaggi nelle Alpi della Savoia"
(14) Il paragrafo nel Murray
compare, parola per parola, in parecchie successive edizioni, e si trova
a pagina 460 dell'edizione, ampiamente migliorata, del 1861. Ma non essendo
in grado di comprenderlo, scrissi al Professor Forbes chiedendogli i riferimenti
del diario originale. Mi rispose che il brano riportato dal Murray era
l'unico resoconto pubblicato, e che lui stesso aveva fornito al Sig.Brockedon
tutti i dettagli da inserire nella guida. Il Professor Forbes molto gentilmente
mi ha messo a disposizione una copia del diario della sua spedizione,
dandomi così la possibilità di fornirne una descrizione
accurata. Emerge che il Brockedon aveva "migliorato" il testo,
retrodatando la spedizione di 10 anni, e sostituendo le parole "Col
di Coulson" con "Col di Vallante", rendendo così
incomprensibile l'intera narrazione.
Il Professor Forbes fece il suo viaggio nell'estate del 1839, portando
con sé un barometro che aveva avuto cura di comparare con quello
in possesso di Monsieur Guerin di Avignone. Raggiunse Abries il 30 giugno,
ed ingaggiò un chasseur-douanier di nome Rey come guida per il
"Colle del Viso".
Dopo una camminata di due ore e mezza arrivò, la sera stessa, alla
baita "La Trouchet", dove pernottò (Deve essere o nei
pressi della baita La Ruine, o la stessa baita). Il 1° luglio partì
alle 3.30, raggiunse il colle alle 5.15, e discese verso i laghi delle
sorgenti del Po, che raggiunse alle 9.15. Sul lato piemontese cercò
inutilmente il tunnel [il Buco di Viso], che era coperto dalla neve. Forbes
propose allora alla sua guida di provare a fare il giro attorno al Monviso.
Dovettero attraversare "un costolone del Viso, che precipita verso
la pianura, e che presenta un profilo simile alla cresta di un gallo"
ma per fortuna trovarono "un intaglio attraverso il quale si poteva
passare", quando improvvisamente si imbatterono "in una valle
profonda forse 2500 piedi" "che ha Ponte alla sua estremità"
e nella quale non avevano "altra alternativa se non discendervi".
Il Forbes poi risalì fino al Col di Vallante "che è
vicino al Monte Viso su questo lato quanto lo è Le Traversette
sull'altro", passando vicino ad alcune baite, e ridiscendendo per
la valle del Guil raggiunse La Trouchet alle 5 e quindi La Monta alle
7.15, dove trascorse la notte. Il giorno dopo svalicò in valle
Pellice per il Col de la Croix. "Ho usato il termine Colle del Viso
- scrive il Forbes - come sinonimo di "Le Traversette", ma penso
però che sia quest'ultimo il nome più corretto."
[17][su]
Il successivo giro del Monviso di cui ho notizia fu compiuto dal mio amico
A.P.Whately insieme a H.T.Jenkinson. Il 12 settembre 1854 camminarono
da Abries fino alla bergerie - oggi in rovina - vicino alle sorgenti del
Guil, ove pernottarono. La mattina del 13 una salita di 55 minuti li portò
al colle delle Traversette, e procedendo in discesa fino alle sorgenti
del Po giunsero alle baite di Ponte, dove dormirono, dopo aver camminato
quel giorno totali otto ore e trenta, soste escluse. Il 14 attraversarono
il Colle di Vallanta fino alla bergerie in tre e ore e mezza, raggiungendo
Bobbio via Col de Seylières nello stesso dì.
Non è molto chiaro come sia il Prof. Forbes che il mio amico Whately
abbiano svalicato dalla valle di Lenta nella val Chianale, ma penso che
sia avvenuto attraverso il Colle di Costa Rossa.
[18][su]
L'ultimo esploratore le cui ricerche sono degne di menzione è il
Sig.Whymper,
che visitò la zona del Monviso nel 1860, arrivando da Torino per
Paesana e Crissolo. Partì da quest'ultimo paese la mattina dell'11
settembre alle 7.40, salì al "Colle del Viso" da solo,
in una fitta nebbia, arrivandovi alle 3.10 del pomeriggio, con una sosta
di un'ora per ripararsi dalla pioggia. Restò al colle 40 minuti,
prima di discendere nella valle del Guil dove, dopo un'altra sosta di
un'ora, raggiunse Abries per le 8.30 di sera.
Nel 1861 Whymper tornò ad Abries e il 10 agosto dormì nella
baita più in alto, risalendo la mattina seguente, in compagnia
di un pastore, al colle dove era già stato l'anno precedente, con
l'intento di studiare una via di salita al Viso. Il punto raggiunto dal
Whymper è segnato come "Colle di Coulson" in Bourcet
e "Colle del Couloir del Porco" nella grande carta degli Stati
Sardi, ed il Whymper insiste nel dire che, secondo la gente del posto,
quello è il vero "Colle del Viso" e che "le Traversette"
sono un valico più basso molto più distante dal Monviso.
Non v'è dubbio quanto al punto raggiunto da Whymper, dato che vedeva
ben vicino lo stesso grande dirupato canalone che arrestò la nostra
marcia nel 1860; e quando Whymper scalò lo spuntone roccioso per
discendervi, fu fermato dai precipizi, proprio come era successo a Hawkshaw
e M.Croz in questo stesso punto.
Non potendo tentare la salita alla vetta, il Whymper fece ritorno ad Abries
lo stesso giorno.
La gran confusione attorno al "Colle del Viso" va eliminata,
ed è tale da rendere auspicabile che tale nome sia espunto dal
vocabolario alpino (15).
Spero
che questo mia narrazione possa avere l'effetto di attirare l'attenzione
sugli affascinanti scenari delle Alpi Marittime e Cozie, fin qui così
trascurate dai turisti inglesi. Poche regioni della grande catena alpina
sono accessibili con così poco dispendio di tempo ed energia. Torino
è località di appoggio confortevole e assai amena, e due
ore di treno da qui conducono il viaggiatore a Susa, Pinerolo, Saluzzo
o Cuneo, proprio ai piedi delle montagne.
[19][su]
Ad ogni alpinista intenzionato a scalare il Monviso mi permetto di dare
qualche consiglio. Se possibile si scelga per la spedizione un periodo
dell'anno che offra buone possibilità di godere il vasto panorama
che si ha dalla vetta sull'Italia. Si passi la prima notte a Saluzzo,
dove occorrerà fare buone provviste, e organizzarsi per partire
per Sampeyre molto presto la mattina seguente, onde evitare il caldo.
Partendo da Saluzzo alle 4.30 si dovrebbe essere a Sampeyre per le 9.
Restate qui un'ora, per far colazione, quindi mettete il bagaglio su un
mulo e, oltrepassato Casteldelfino, occorre seguire il vallon delle Forciolline,
bivaccando nella gola vicino alla base delle Sagnette, portando il mulo
più in alto possibile. Lì in alto sarà possibile
trovare un posto riparato per la notte, e se vi portate coperte e un po'
di fieno da Casteldelfino, e legna da ardere dai boschi di pino cembro,
potrete passare una notte veramente confortevole.
Considerando i magnifici vantaggi che presenta il Viso come stazione per
rilevazioni trigonometriche e metereologiche, l'apatia dei geografi sardi
verso questa nobile montagna è davvero stupefacente, e si può
spiegare solo invocando le peculiarità radicali del temperamento
degli italiani. I cacciatori di St.Gervais hanno costruito una capanna
sulla Aiguille de Gouté, una punta grosso modo della medesima altezza
del Monviso, ma molto più a nord, e non meno difficile quanto ad
accesso. Credo che non sia lontano il giorno in cui ci sarà una
simile costruzione sul Viso, ove coloro che si interessano alla "Physique
du Monde" potranno restare, col tempo stabile, anche parecchi giorni
consecutivi, e dove saranno collocati strumenti metereologici che osservatori
competenti esamineranno almeno una volta all'anno.
(Segue nel testo la nota isometrica, omessa in questa traduzione)
Note [su]
(1) William Matthews esplorò l'area del Monviso
l'estate precedente, nel 1860; le memorie di tale viaggio sono narrate
in "Explorations round the foot of Monte Viso", anch'esso pubblicato
su "Peaks, Passes and Glaciers" del 1862; il testo inglese è
disponibile in formato pdf (il link è nel box in alto a sinistra,
in questa pagina).[torna al testo]
(2) John Ball fu il primo presidente dell'Alpine Club
ed editore del primo Peaks, Passes and Glaciers del 1860: cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/John_Ball.
John Ball nel luglio del 1860 risalì da Crissolo la valle del Po,
passò in Francia attraverso le Traversette e per il Vallone di
Vallanta scese a Casteldelfino. Percorrendo quest'ultimo vallone intuì
che la cresta sud-est del Monviso poteva essere risalita e costituire
la via più facile per conquistare la vetta. Il 30 luglio da Novara
scrisse una lettera a Matthews informandolo della scoperta, ma il Matthews
era già partito per la sua spedizione - fallita - e trovò
le preziose informazioni solo al suo ritorno a Torino. [torna
al testo]
(3) Nel testo originale, qui e altrove, è sempre
in francese ("Château Dauphin"). [torna
al testo]
(4) Nel testo originale, qui e altrove, è sempre
chiamata "Vraita". [torna al testo]
(5) Oggi il confine tra Alpi Marittime e Cozie è
posto molto più a sud, al colle della Maddalena; quindi le montagne
della Val Varaita sono considerate Alpi Cozie. [torna
al testo]
(6) Si tratta probabilmente della guida "A hand-book
for travellers in Switzerland and the Alps of Savoy and Piedmont, including
the Protestant valleys of the Waldenses", pubblicata per la prima
volta nel 1838. [torna al testo]
(7) Coi suoi 3340 m il Mongioia sarebbe più
alto dell'Argentera e quindi, se facesse parte delle Alpi Marittime, sarebbe
davvero la vetta più elevata della catena. [torna
al testo]
(8) Famoso alpinista e scrittore (Co-autore della
"History of National Biographies"), il Reverendo Leslie Stephen
è almeno altrettanto noto per essere il padre della scrittrice
Virginia Woolf. [torna al testo]
(9) Il Brocken (o Blocksberg), è la più
alta vetta (1.142 metri) delle montagne dell'Harz, in Germania, Il picco,
nelle leggende locali, ha una lunga storia di associazioni con le streghe
e il diavolo, che risalgono a ben prima che la montagna venisse menzionata
nel Faust. Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Brocken
per maggiori informazioni.[torna al testo]
(10) The silence that is in the starry sky / the
sleep that is among the lonely hills. [torna al testo]
(11) Punta Trieste, la punta orientale, quella normalmente
raggiunta dalla via normale, è misurata 3841 m, mentre la punta
occidentale, Punta Nizza, è qualche metro più bassa. L'altezza
delle due punte è peraltro tuttora controversa. [torna
al testo]
(12) Se il Matthews riuscì agevolmente a spostarsi
da Punta Trieste a Punta Nizza, non fu lo stesso per le successive spedizioni:
il Tuckett, capo della seconda spedizione delll'anno successivo, giunse
su Punta Trieste e considerò invece assai pericoloso raggiungere
anche Punta Nizza, cosa che in effetti non fece; Quintino Sella, nella
terza spedizione di sempre e prima italiana (1863), arrivò invece
su Punta Nizza; solo un membro della comitiva riuscì, ma con molta
fatica, a raggiungere Punta Trieste. [torna al testo]
(13) La nota isometrica è omessa, si veda
eventualmente l'originale in inglese, nel file .pdf linkato in questa
pagina, in alto a sinistra. [torna al testo]
(14) Il titolo completo dell'opera è "Travels
through the Alps of Savoy and Other Parts of the Pennine Chain, with Observations
on the Phenomena of Glaciers" (1843). [torna al testo]
(15) Oggi per Colle del Viso si intende il colle,
a 2650 m di altitudine, che si incontra salendo dalla valle Po (Pian del
Re) poco prima del rifugio Quintino Sella. [torna al
testo]
2. Mappa della zona del Monviso, inserita nell'articolo del Matthews "Exploration round the foot of Monte Viso"